In una mossa che ha lasciato molti a bocca aperta, un tribunale russo ha imposto a Google una multa di proporzioni astronomiche: 2 undecilioni di rubli, equivalenti a circa 20 decilioni di dollari. Tale somma, che supera il prodotto interno lordo (PIL) mondiale, sembra avere più un valore simbolico che pratico, mirando a inviare un messaggio politico piuttosto che a esigere il pagamento di una sanzione effettiva.
La disputa ha inizio nel 2020, quando YouTube, posseduto da Google, ha rimosso i canali Tsargrad TV e RIA FAN in ottemperanza alle sanzioni statunitensi. Successivamente, altri 15 canali russi, tra cui alcuni legati al governo come Channel One, Zvezda e RT, hanno intrapreso azioni legali contro Google, accusando la piattaforma di aver limitato arbitrariamente la loro visibilità. Margarita Simonyan, redattrice capo di RT, ha sostenuto che la rimozione dei canali fosse motivata politicamente.
La sentenza del tribunale stabilisce che la multa raddoppierà ogni settimana fino a quando Google non ripristinerà i canali rimossi. Google, però, sostiene che la rimozione sia stata necessaria per aderire alle sanzioni americane e alle proprie politiche aziendali contro la disinformazione, citando la minimizzazione di eventi cruciali del conflitto ucraino da parte di alcuni canali.
Nonostante l’enormità della multa e il suo incremento esponenziale, Alphabet, la società madre di Google, ha riferito di non prevedere conseguenze significative a livello globale nel suo ultimo resoconto finanziario. Google ha ribadito la volontà di affrontare le sfide legali poste dalla Russia, confermando l’impegno a rispettare le leggi locali e internazionali. La situazione rimane quindi un intricato gioco di potere dove leggi, politica e diplomazia si fondono in un contesto sempre più complesso.

