C’è una cosa che nel gaming fa più male di un nerf improvviso o di un bug che ti rovina la run perfetta: quando un gioco viene “spento” per sempre. Non perché hai finito la storia, non perché ti sei stancato… ma perché qualcuno, dall’altra parte, ha deciso che non vale più la pena tenere accesi i server. Fine. Game over. E addio a tutto.
Ecco perché Stop Killing Games non è “solo una petizione”, ma un vero e proprio segnale d’allarme lanciato dall’Europa all’industria: i videogiochi non possono diventare usa-e-getta per definizione, soprattutto quando li paghi, ci investi tempo, e spesso costruisci una community attorno.
Nelle ultime ore è arrivato un aggiornamento enorme: l’Unione Europea ha verificato con successo 1.294.188 firme su un totale di 1.448.270 raccolte. Tradotto: sì, il traguardo del milione è stato raggiunto sul serio, nero su bianco, senza asterischi. E adesso l’iniziativa può andare avanti.
Se guardiamo i numeri, significa che circa l’89% delle firme è risultato valido, un dato altissimo per questo tipo di raccolte. Un volontario del progetto, Katzner, ha anche sottolineato come Stop Killing Games sia tra le iniziative europee con meno firme scartate, segno che la community non solo si è mossa… ma lo ha fatto anche in modo organizzato e concreto.
E la mappa delle firme racconta una storia interessante: Germania e Francia spingono fortissimo, ma anche Italia, Spagna, Paesi Bassi e Polonia hanno contribuito in modo pesante. Insomma, il messaggio è chiaro: il problema è reale e lo sentono in tanti.
Ora, la parte “scomoda”: è evidente che l’industria non stia facendo il tifo. Perché per un editore, lasciare un gioco giocabile offline o mantenere un’infrastruttura minima significa costi extra… e quando i numeri calano, l’interesse svanisce. Ma qui non si parla di nostalgia: si parla di diritti digitali, accesso e preservazione.
Perché un gioco che muore così non è “vecchio”.
È solo… stato spento. E questa cosa, nel 2026, inizia a stare stretta a parecchia gente.

