C’è una differenza sostanziale tra quando un servizio chiude perché il tempo è passato… e quando chiude perché il futuro è diventato troppo costoso da sostenere.
Il 31 marzo 2026 segnerà la fine di Myrient, una delle realtà più importanti al mondo nel campo della preservazione videoludica. Non parliamo di un semplice archivio, ma di una vera e propria biblioteca digitale del gaming, costruita con l’obiettivo di salvare la memoria interattiva da quell’oblio silenzioso che inghiotte software, build dimenticate e versioni mai più ristampate.
Eppure, non è stata la mancanza di passione a decretarne la fine.
Dietro la chiusura c’è una tempesta perfetta fatta di costi fuori controllo e dinamiche sempre più difficili da gestire. Negli ultimi mesi, mantenere online un’infrastruttura capace di ospitare centinaia di terabyte di dati è diventato un lusso. RAM, SSD e storage in generale hanno visto i prezzi impennarsi, trascinati verso l’alto dalla corsa globale all’intelligenza artificiale e dalla fame di risorse dei datacenter.
In altre parole: preservare il passato oggi costa quanto alimentare il futuro.
A questo si è aggiunto un problema meno romantico ma altrettanto devastante: l’abuso. Strumenti automatizzati, download massivi e sistemi pensati per aggirare limiti e richieste di supporto hanno trasformato una piattaforma nata per la condivisione responsabile in un bersaglio da sfruttare.
Il risultato? Un progetto sostenuto per anni anche con sacrifici personali è diventato economicamente ingestibile.
La scomparsa di Myrient non è solo la chiusura di un sito. È il segnale di quanto sia fragile la conservazione della storia digitale quando si scontra con le logiche del presente. E ricorda, in modo piuttosto brutale, che la memoria videoludica non si salva da sola: ha bisogno di infrastrutture, tempo… e soprattutto di qualcuno disposto a pagarne il prezzo.

