Sony chiude ai dischi PlayStation senza avvisare i publisher e nel mentre parte la petizione per salvare il formato fisico

Sony avrebbe colto di sorpresa non solo i giocatori, ma anche diversi publisher e partner industriali con la decisione di chiudere progressivamente il capitolo dei dischi PlayStation per i nuovi giochi dal 2028. Il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte da fonti come HighChaosRun è quello di una svolta arrivata dall’alto, comunicata a pochissimi e percepita quasi come una mossa unilaterale, più vicina a una riorganizzazione interna che a una transizione condivisa con tutta la filiera.

La sorpresa dei partner

Secondo quanto riportato, diversi publisher avrebbero scoperto la svolta praticamente insieme al pubblico, senza essere stati coinvolti nei dettagli in anticipo. Alcuni dirigenti anonimi parlano di una comunicazione interna molto ristretta, probabilmente mantenuta così proprio per evitare fughe di notizie e reazioni anticipate. Il problema, però, è che una scelta del genere ha effetti a catena: se il mercato non sa che il disco sta per sparire, tutti gli investimenti costruiti attorno al fisico rischiano di perdere senso molto rapidamente.

Il caso della divisione indiana di PlayStation è emblematico. Lì si stava lavorando con rivenditori e partner locali per aprire una rete di negozi dedicati al brand, con l’obiettivo di arrivare a 100 punti vendita in India entro il 2028. Ma se la vendita su disco viene meno, il progetto cambia completamente natura. Un investitore citato dalla fonte lo dice in modo quasi brutale: perché impegnare capitale in un negozio PlayStation se poi non ci saranno più dischi da vendere?. È il classico esempio di come una scelta strategica globale possa sgretolare, in pochi mesi, piani commerciali costruiti su scala locale.

La risposta dei giocatori

Nel frattempo, la community non è rimasta a guardare. La petizione “Don’t Kill the Disc” su Change.org ha superato rapidamente le 175.500 firme verificate, diventando uno dei simboli della protesta contro la svolta digitale forzata. La forza della petizione non sta solo nei numeri, ma nel messaggio: non si tratta di nostalgia pura, bensì di una critica al modello di possesso sempre più fragile imposto dal digitale. Altri movimenti simili sono spuntati quasi subito, segno che il malcontento è diffuso e trasversale.change+5

Qui il punto non è difendere il disco come oggetto da collezione, ma ciò che rappresenta: autonomia, rivendibilità, conservazione e libertà d’accesso anche quando uno store cambia regole o chiude. Il formato fisico, per molti, è ancora l’unico vero argine a un mercato in cui il giocatore compra sempre più spesso una licenza e sempre meno un bene. E quando i negozi vengono messi fuori gioco e gli store digitali diventano l’unico canale, la concorrenza si riduce e il controllo passa quasi tutto nelle mani della piattaforma.

Un cambio che tocca tutti

Derubricare questa transizione a semplice resistenza al nuovo sarebbe sbagliato. La verità è che il passaggio al digitale avrà effetti anche su chi oggi vive già quasi solo online: prezzi più rigidi, minore concorrenza, meno mercato dell’usato, più dipendenza dall’ecosistema e, in prospettiva, una libreria che potrebbe esistere solo finché qualcuno decide di mantenerla accessibile. È una trasformazione che non riguarda solo i collezionisti, ma chiunque consideri il videogioco un acquisto e non un noleggio a tempo indeterminato.

Sony, insomma, sta spingendo PlayStation dentro una fase nuova e inevitabilmente più digitale. Il problema è che, almeno per ora, lo sta facendo con una comunicazione percepita come chiusa, fredda e poco condivisa. E quando cambi il mercato così profondamente, ma lo fai senza coinvolgere davvero chi quel mercato lo sostiene, il rischio è che la transizione venga letta non come progresso, ma come perdita di controllo

Petizione e Fonte