In un momento in cui tutti parlano di intelligenza artificiale come se fosse magia – o peggio, la prossima forma di coscienza digitale – Apple lancia un documento tecnico che suona come un secchio d’acqua gelata in pieno hype. Il whitepaper, dal titolo The Illusion of Thinking, è un’analisi approfondita dei limiti strutturali dei modelli di linguaggio avanzati (i cosiddetti LLM, come GPT o Gemini), quelli che oggi molti chiamano erroneamente “AI in grado di ragionare”.
Ma Apple frena bruscamente: questi sistemi non stanno pensando, stanno semplicemente riconoscendo pattern con enorme efficienza. E qui arriva la vera provocazione: la tanto chiacchierata AGI (l’intelligenza artificiale “generale”, capace di comprendere e risolvere problemi come un essere umano) non è così vicina come qualcuno vuole farci credere.
Secondo il team di ricerca di Cupertino – tra cui spiccano nomi come Samy Bengio, ex di Google Brain – stiamo valutando le AI con strumenti sbagliati. I benchmark oggi premiano chi “arriva alla risposta”, non chi dimostra un ragionamento coerente per arrivarci. Il risultato? Sistemi che si spezzano quando la complessità dei problemi supera una certa soglia. In pratica: ottimi nel trivia, meno affidabili quando si tratta di pensare davvero.
È solo scetticismo o è un segnale che Apple, attualmente indietro rispetto a Google, Meta e OpenAI, sta cercando di rallentare la corsa al prossimo livello dell’intelligenza artificiale?
Alla WWDC 2025, si dice, l’AI sarà praticamente assente. Nessun grande annuncio, nessuna feature “smart” che sfida la concorrenza. Forse Apple preferisce tenere i piedi per terra – o forse deve ancora finire di capire come risalire in sella in un settore dove la narrazione corre più veloce della tecnologia.

