L’intelligenza artificiale di Google torna al centro di un incendio legale che promette di accendersi in tutta Europa. Al centro dello scontro ci sono le AI Overview – quei riassunti generati automaticamente che appaiono in cima alla pagina dei risultati di ricerca – e una domanda che non può più essere ignorata: può un algoritmo decidere chi ha visibilità e chi no?
L’Independent Publishers Alliance, coalizione di editori indipendenti europei, ha depositato una denuncia formale alla Commissione Europea. L’accusa? Abuso di posizione dominante. Secondo la denuncia, Google sfrutterebbe i contenuti creati dagli editori per addestrare i propri modelli di IA e costruire risposte esaustive, senza che chi scrive quelle informazioni possa realmente scegliere se partecipare o meno.
Il nodo centrale è il ricatto algoritmico: o acconsenti all’uso dei tuoi contenuti da parte della macchina, oppure scompari dai risultati di ricerca tradizionali. Nessuna opzione reale, nessuna via di mezzo. E intanto, il traffico crolla: tra maggio e luglio 2024, i siti di news americani hanno perso in media fino al 40% di visite, con un netto aumento delle zero-click searches. L’informazione resta nella pagina di Google. I clic verso i siti? In caduta libera.
Le conseguenze? Devastanti, soprattutto per chi fa giornalismo indipendente, quello che non può contare su pubblicità miliardarie o abbonamenti blindati. La denuncia, che coinvolge anche la CMA britannica, è sostenuta da realtà come Foxglove Legal e Movement for an Open Web, che denunciano una minaccia esistenziale al pluralismo informativo in Europa.
Google, dal canto suo, minimizza. Dice che l’AI spinge gli utenti a cercare di più, che il traffico resta alto, che i numeri vanno letti nel contesto. Ma le testate perdono lettori, e la domanda resta: chi controlla la conoscenza digitale? E chi protegge chi la produce?

