Yoko Taro: “NieR: Automata? Ho fatto semplicemente quello che volevo”

Yoko Taro è uno di quegli autori che, nel mondo dei videogiochi, sembrano avere fatto dell’eccentricità un vero e proprio marchio di fabbrica. Le sue opere affrontano temi tutt’altro che leggeri, giocano continuamente con le aspettative del pubblico e non hanno paura di mettere il giocatore davanti a situazioni scomode o difficili da interpretare. Eppure, secondo lo stesso Taro, dietro tutto questo non ci sarebbe alcuna particolare volontà di essere “strani”.

Il caso più interessante è probabilmente NieR: Automata, uno dei giochi che più hanno contribuito a trasformare il nome di Taro in quello di un autore riconoscibile anche al di fuori di una nicchia di appassionati.

La cosa curiosa è che, per realizzare Automata, Taro sostiene di aver avuto una libertà creativa decisamente maggiore rispetto al passato. Con il precedente NieR: Replicant, infatti, erano state prese decisioni più precise sul pubblico a cui indirizzare il progetto. Automata, invece, gli avrebbe lasciato sostanzialmente carta bianca.

E Taro ne avrebbe approfittato a modo suo: fare il gioco che voleva, cercando possibilmente di attirare il meno possibile l’attenzione di Square Enix durante lo sviluppo. Una filosofia decisamente particolare, ma che alla fine ha prodotto risultati difficili da ignorare.

Il primo NieR, arrivato nel 2010, aveva già una storia travagliata anche sul fronte del pubblico di riferimento. In base al mercato e alla piattaforma, infatti, cambiava persino il protagonista, con la versione occidentale incentrata sul padre di Yonah e quelle giapponesi che proponevano anche la variante con il fratello. Una scelta che, però, non riuscì a trasformarsi in un grande successo commerciale.

Con NieR: Automata, uscito nel 2017, la situazione cambiò radicalmente. Il gioco superò le aspettative iniziali e arrivò a vendere oltre 10 milioni di copie, trasformando un progetto che poteva sembrare destinato a un pubblico ristretto in un fenomeno molto più ampio.

La spiegazione di Taro, però, è forse la parte più divertente. L’autore continua infatti a considerare i propri giochi come produzioni assolutamente normali per persone normali. Il problema, secondo lui, sarebbe che a trovarli “strani” sono proprio le persone strane che finiscono per apprezzarli.

Una battuta perfettamente in linea con il personaggio, che da anni accompagna le sue apparizioni pubbliche anche attraverso la celebre maschera di Emil.

E forse è proprio questa libertà, unita a un modo di vedere il lavoro decisamente fuori dagli schemi, ad aver contribuito alla nascita dello stile riconoscibile di Yoko Taro. Del resto, lo stesso autore racconta di essere diventato director quasi per caso, anche perché tendeva a dire apertamente ciò che pensava.

Che sia davvero “distorto” e “insopportabile sul lavoro”, come ama definirsi, oppure no, una cosa è certa: quando a Yoko Taro è stata lasciata abbastanza libertà per fare di testa sua, il risultato è stato un gioco capace di raggiungere un pubblico enormemente più vasto di quello che probabilmente ci si sarebbe aspettati.