Per Google non è solo una brutta giornata: è uno di quei momenti che rischiano di riscrivere la storia della piattaforma Android. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti respinto la richiesta di sospendere le misure imposte dal giudice James Donato nel caso antitrust contro Epic Games, lasciando in piedi un’ingiunzione che potrebbe trasformare radicalmente il modo in cui miliardi di utenti e centinaia di migliaia di sviluppatori interagiscono con il Play Store.
La battaglia legale affonda le radici nel 2020, quando Epic puntò il dito contro le politiche restrittive di Google nella distribuzione delle app e nella gestione dei pagamenti in-app. Dopo la storica vittoria di Epic nel 2023, il giudice Donato ha ordinato a Google di aprire davvero le porte del suo ecosistema. Tradotto: store alternativi scaricabili direttamente dal Play Store, possibilità per gli sviluppatori di inserire link esterni per i pagamenti e accesso al catalogo di app anche da parte della concorrenza. Un terremoto regolamentare senza precedenti per Android.
Google ha provato a giocarsi la carta “danni incalcolabili”, avvertendo che le nuove regole potrebbero mettere a rischio la sicurezza e la stabilità di un ecosistema che coinvolge oltre 100 milioni di utenti e mezzo milione di sviluppatori negli USA. La Corte Suprema, però, non ha mostrato alcuna intenzione di rallentare il processo: dal 22 ottobre scatteranno i primi cambiamenti, mentre la ristrutturazione più profonda del Play Store è fissata per luglio 2026.
Il problema? Il Play Store è costruito su un’infrastruttura globale unica. Separare “solo per gli USA” le nuove funzioni non sarà semplice: modifiche al backend potrebbero avere effetti a catena in tutto il mondo, influenzando anche i sistemi di sicurezza e di verifica delle app.
E mentre negli Stati Uniti Google è sotto tiro, in Europa la musica è simile: la Commissione UE sta già spingendo per regole ancora più aperte, e la vicenda Epic potrebbe dare nuova forza alle richieste di Bruxelles. Insomma, la diga ha iniziato a cedere: per Big G è iniziata la fase più delicata della sua storia recente.

